Salary cap per il non profit: l’assurdità spiegata con i criceti e con il Crimine

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Salary cap.

Chiamiamolo così, per semplicità e per farci sentire un pò internazionali.
Si tratta del limite alle retribuzioni di chi lavora nel non profit.
Contenuto nell’art 8, c 3, lett b) del CTS (D Lgs 117/17), si materializza in

“… si considerano in ogni caso distribuzione indiretta di utili:

b) la corresponsione a lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del quaranta per cento rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessita’ di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attivita’ di interesse generale di cui all’articolo 5, comma 1, lettere b), g) o h)”.

Ora, evitiamo per carità di patria di parlare del fatto che secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è possibile parametrare i compensi dei lavoratori autonomi ai contratti collettivi che parlano soltanto di lavoratori dipendenti. Una prece per l’insano che l’ha scritto.
Concentriamoci sulle ragioni di questa misura che traduco per i meno attenti della classe. Traduzione:
Fatta 100 la misura minima di retribuzione riportata dal contratto collettivo nazionale per chi è stato inquadrato in un certo modo in quanto hai certe competenze e svolgi determinate mansioni con specifiche responsabilità, fatta 100 questa misura, dicevamo, non si potrà dare a quel determinato dipendente più di 140.
E’ chiaro?
Ciò vuol dire che per un ETS non sarà possibile dare ad un impiegato di I livello più di 2.300 euro al mese lordi (circa 1.500 netto) se aderente al CCNL UNEBA, mentre si arriva a 3.000 con altri contratti, circa 2.100 netti. Ma cosa fa un impiegato di primo livello? I primi livelli (copio da CCNL Servizi) ricoprono “funzioni ad elevato contenuto professionale, caratterizzato da iniziative ed autonomia operativa ed ai quali sono affidate, nell’ambito delle responsabilità ad essi delegate, funzioni di direzione esecutiva di carattere generale, anche presso le singole unità aziendali, o comunque di un settore organizzativo di notevole rilevanza dell’azienda”.
L’altro giorno un presidente che sa il fatto suo (esistono, lo giuro!) mi diceva che chi è al primo livello nella sua organizzazione è fior di elemento ed ha responsabilità anche di budget molto alte.
Ovviamente, con riferimento a Quadri e Dirigenti, la musica non cambia; funzioni e responsabilità aumentano ma il tetto del 40% rimane.

Una annotazione, quasi una curiosità. Nessuno in passato ha difeso pubblicamente questa misura. Onestamente, il solo ex sottosegretario Bobba lo andava brandendo dalle Alpi al Lilibeo quale misura di equità e di opportunità. Dato che è bene non infierire sulla Croce Rossa, passiamo oltre.
Se nessuno si è intestato il Salary cap, vuol dire o che non l’hanno capito, o che lo trovano “naturale”, secondo una vulgata che dice che se lavori nel non profit, lo fai per spirito missionario.
Qui c’è un grosso malinteso.
Cercherò di scardinare questo malinteso portandovi per mano verso il sentiero della ragionevolezza.

Se ti interessa, puoi sacrificarti

Poniamo che a me piacciano molto i criceti, che sia un etologo di successo e che mi venga proposto di far parte del Cri.mi.n.e; sto parlando ovviamente di Criceti milanesi national equality, cosa pensavate?
Ho un interesse personale (quindi etico, che mi tocca intimamente) che coincide con il mio lavoro.
Dato che mi piace il mio lavoro, che nei criceti vedo qualcosa che altri non vedono, devo essere punito per questo? devo accettare un compenso ridotto rispetto alla media? il mio interesse è condizione punitiva rispetto alla mia retribuzione? Difficile da sostenere. Avercene di persone motivate alle quali piace fare il lavoro che fanno. In ogni posto di lavoro sarebbero pagati di più proprio perché si è consapevoli che questi elementi mettono più impegno e più intelligenza, di certo non sarebbero pagati di meno come se l’interesse fosse un difetto!
Se ciò è vero in qualsiasi azienda e settore, non si capisce perchè non lo possa essere in una non profit.
Quindi, il fatto di lavorare in una non profit perché i temi umanitari interessano il lavoratore non può essere elemento punitivo, semmai “migliorativo”.

Il lavoro che fai è troppo importante perché tu possa pretendere di guadagnarci
Un altro ragionamento potrebbe però essere: la questione dello spirito del “lavoro missionario” non è legata all’interesse del lavoratore ma all’attività dell’ente.
Il (s)ragionamento è: dato che salvi vite umane, non vorrai mica guadagnarci, no? Accontentati di quello che ti diamo e già che ci siamo ti mettiamo un limite al guadagno.
Sarebbe quasi un argomento convincente se non fosse che non è un principio applicato per tutti. E un principio è valido posso applicarlo in ogni caso.
I grandi chirurghi guadagnano cascate di soldi se lavorano in una struttura privata. La leva economica è molto importante per chi ha ambizioni di riuscita personale.
Se io sono un luminare degli interventi sulle cardiopatie riconosciuto in tutto il mondo e accumulo soldi quanti ne può contenere il deposito di Zio Paperone, c’è qualcuno che può limitarmi i guadagni? No; perché se in una struttura mi si fa presente che (indipendentemente dalle possibilità economiche della struttura) va bene guadagnare, ma io guadagno troppo, io alzo i tacchi e, essendo un luminare, vado a illuminare altre stanze operatorie e a salvare altra gente. La prima struttura ha perso un collaboratore che faceva la differenza. E il luminare continua la sua attività di salvatore di cuori da un’altra parte, cornucopiando alla grande.
Se riteniamo che chi fa attività particolarmente benemerite debba obbligatoriamente essere pagato di meno perché diversamente lucrerebbe sulle attività benemerite, allora dobbiamo essere coerenti.

Il politico deve essere pagato davvero pochissimo perché la sua attività è centrale per tutti noi.
I medici dovrebbero fare la fame.
Chi si occupa della nostra sicurezza (polizia e vigili del fuoco) dovrebbe essere in bolletta; beh, in questo caso in effetti siamo a questo livello, ma non per tutti. Andate a vedere quanto prendono (giustamente!) i vertici della Polizia; il capo della Polizia dovrebbe guadagnare attorno a 240mila euro.
Ma vogliamo parlare delle professioni intellettuali? Perché mai un giornalista (la grande firma!) dovrebbe guadagnare tutti quei soldi? Non sente anch’esso il sacro fuoco della libertà d’informazione che gli brucia sotto il deretano e quindi, via, deve essere pronto ad immolarsi a parametro zero?
Per non parlare di avvocati e magistrati. Come si permettono di guadagnare tanto e spesso tantissimo quando difendono o giudicano? Una vita di stenti e ringraziare!!!
O no?
O forse ci siamo liberati di un’idea pauperista e accettiamo che sia il mercato del lavoro a determinare il quantum e dove una carica è pubblica cerchiamo di valutarne le responsabilità e dove c’è un limite questo è motivato da ragioni di contenimento di spesa pubblica?

La questione non è né la motivazione né il valore morale del tuo lavoro: è il non profit
Ricapitoliamo: dato che non è perché siamo motivati e neppure perché salviamo vite che veniamo limitati nella nostra corsa all’arricchimento personale, qual è l’elemento che mette un tetto alle nostre aspirazioni retributive?
La risposta è: il fatto di fare parte di una non profit.
Quindi la questione si sposta dalle tue motivazioni e dall’utilità del tuo lavoro al fatto che hai avuto la sfiga di scegliere di lavorare in una non profit.
Vediamo se nel pratico questo principio regge.
Se il grande chirurgo lavora in un’azienda privata può guadagnare badilate d’oro e i proprietari delle azioni dell’azienda possono utilizzare le quote dei loro utili per acquistare a loro volta azioni dei maggiori produttori di armi, quote nelle società di gioco d’azzardo o fondi speculativi e altre attività che seppur lecite sono moralmente discutibili.
Un’azienda che cura e salva gente permettendo di fare i soldi tanto a chi ci lavora quanto a chi ne è proprietario è valutata meno severamente rispetto ad una non profit che fa lo stesso ma che limita il ritorno economico di chi ci lavora.
Ma – si obbietta – la non profit non deve dividere gli utili!
Benvenuti alla fiera della banalità!
Certo che no. Stiamo dicendo che se chi prende decisioni è persona diversa da chi prende i soldi (e li prende commisurati alle sue attività e capacità, al successo delle iniziative ecc), non capisco quale sia il problema; la non profit rimane non profit.
Non è il luminare medico che decide quanto prende ma i consiglieri che hanno limiti (ahimè mal definiti) e su quelli (e solo su quelli) bisogna giustamente misurare la persistenza dell’assenza di scopo di lucro.
Pertanto, ammettiamolo. Utilizziamo più di una morale per giudicare persone che fanno esattamente lo stesso lavoro! Ma perché lo facciamo? Perché usiamo due morali?

Se io nel Cri.mi.n.e – Criceti milanesi national equality, ricordate? – faccio il presidente e decido che ho bisogno di uno studioso di fama, perchè mai dovrei misurare la mia persistenza di assenza di scopo di lucro su quanto do a queste persone?
E qui interviene il tipo che è inutilmente fornito di pollice opponibile: “perché i soldi che ricevete dai donatori sono per la missione, non per far ricco lo studioso!”
E tu rispondi (trattenendo i tuoi nervi che vorrebbero uscire dal tuo corpo e stringersi attorno al collo del tipo): “non mi dire che anche tu sei uno di quelli che si chiede dove va a finire il suo euro?” Lo vedi annuire timidamente mentre ascolta la tua risposta “Ho due risposte complementari. Col tuo euro abbiamo comprato i sacchetti di raccolta delle feci dei criceti. Ti va? Inoltre, sappi che se non avessimo dovuto limitare il salario ai dipendenti avremmo potuto prendere il migliore etologo e ne avremmo salvati 10 volte tanto. Certo, loro (gli studiosi) si sarebbero arricchiti, ma noi avremmo perseguito meglio la nostra missione, non credi?
E comunque, dato che la relazione col donatore è davvero molto importante, abbiamo qui un piccolo presente per te. Ecco il sacchetto … pieno!”

Ed è così che da una misura – come il Salary cap – di presunta eticità ed opportunità siamo arrivati ad ottenere soltanto una manciata di …

Carlo Mazzini

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