Impatto sociale: tra ballo, bolla e balla

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Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’impatto sociale.

Do per scontato che sappiate cosa sia l’impatto sociale, e di cosa si parli quando si parla di impatto nella piccola comunità del non profit o del terzo settore; quindi non lo vado a definire anche perché non è il mio mestiere.

L’impatto è un ballo.

Registro il fatto che l’impatto sociale è entrato nel lessico famigliare del non profit, ha invaso ogni discussione. Non c’è assessore che non riporti l’espressione in ogni sua relazione nei convegni sul non profit, ante e post riforma. Quando un assessore o un politico pronuncia le fatidiche parole “impatto sociale” si fa pensoso, serioso, corruga la fronte per far capire che sta riportando un concetto “fine di mondo”, risolutivo, che sbaraglia ogni altro concetto. In effetti, ”impatto sociale” provoca l’attenzione della platea e tutti guardano il proprio vicino con sorriso di accondiscendenza con il politico come dire “eh, sì. Anche noi abbiamo l’impatto. Dove andremmo senza il vecchio caro impatto!”, per poi confessare a sé stessi “ma cosa cavolo è questo impatto?”.

All’espressione “impatto sociale” l’operatore medio del terzo settore palesa quindi la sua italianità, cioè l’ossimoro di essere “suddito anarchico”. E’ suddito perchè si beve acriticamente le balle del potente di turno, anarchico perché poi fa quel che cavolo gli pare.

Nella classifica delle espressioni più abusate e meno capite, “impatto sociale” se la gioca con “resilienza”, altra parola grimaldello con la quale i relatori più scafati puntellano i propri discorsi per farsi notare dalla platea, anche perché spesso non hanno molto da dire e quel poco lo dicono pure abbastanza male.

Quindi “impatto sociale” è un ballo che dà il tempo a discussioni in cui tutti annuiscono come i pupazzetti sui cruscotti delle macchine, e asseriscono quanto sia importante definirlo e misurarlo, e ognuno mette un piede avanti e uno indietro, qualcuno fa la giravolta e poi la musica finisce e poco o nulla rimane.

L’impatto è una bolla.

Più se ne parla e meno si quaglia. Come ogni bolla (dai tulipani olandesi del ‘600 ai bitcoin dei giorni nostri) la bolla dell’impatto si gonfia a dismisura, prendendosi uno spazio che non le è propria, promettendo ciò che non è possibile promettere, ovvero che il ritorno agli stakeholder, alla comunità dell’azione di un ente non profit è riassumibile in uno o più indicatori che daranno risposta alla fatidica domanda “ma servono davvero questi enti?”.

La riduzione a numero, a risultato economico o sociale di un’azione complessa come poche altre come è quella degli enti non profit, è una chimera che non rende giustizia, anzi che è proprio ingiusta, non veritiera, quindi menzognera.

Ad un certo punto la bolla scoppierà o si sgonfierà. In realtà, da quello che leggo – e detto tra noi, quando leggo un articolo sull’impatto sociale vengo preso da narcolessia già alle prime righe – i tecnici della materia conoscono benissimo il rischio della bolla e di volta in volta aggiustano il tiro. Gli riconosco l’onestà intellettuale ma hanno difficoltà a farsi capire dalle menti semplici come la mia, anche perché probabilmente non gli interessa più di tanto farsi capire. Il più è vendere (sì sì, proprio vendere), e l’impatto diventa così un obiettivo che si persegue ma non si consegue, che si pone sempre un pò più in là.

L’impatto sociale – dicono – non sarà rappresentato da un numero. Non sarà un indicatore. Sarà una tendenza (ma come la esprimo?).

La bolla scoppierà o si sgonfierà.

L’impatto è una balla.

L’ho già anticipato. Impossibile e forse ingiusto ridurre il tutto ad un numero, ad un codice, ad un voto. Direi anche ad una tendenza. A cosa tende? Cosa si misura? La qualità / quantità di interventi sociali? La qualità ad amministrarli? E’ stata pensata la mia propensione al rischio? Sì perché si è tanto sfidanti quanto si percorrono nuovi sentieri. Ma tutti i nuovi sentieri sono buoni o è giusto percorrerli? Come fa il donatore a fidarsi di qualcuno che percorre nuovi sentieri se 9 su 10 sono fallimentari? L’unico sentiero produttivo (di impatto sociale vero) valeva la spesa per gli altri 9?

Diversamente detto: l’impatto sociale ci appiattirà sui risultati (o sentieri) tranquilli?

Ma il concetto di impatto sociale come balla viene fuori dalla ragione ultima. Chiediamoci: perché si parla tanto di impatto sociale?

La risposta è che vedendo ridotta continuamente la coperta pubblica dei finanziamenti, i politici (con i burocrati) vogliono capire realmente quanto è conveniente per la società puntare su una certa fondazione piuttosto che su un’altra. Detta così è comprensibile e forse anche accettabile.

Se non che … in questo modo la politica dimentica di fare la politica. Faccio un esempio. Se io sono assessore e devo scegliere con quale comunità terapeutica fare una convenzione, nulla mi toglie dalla testa che GIUSTAMENTE si tratti di una scelta politica, non partitica o ideologica, ma politica. La mia scelta di collaborare con la comunità di don ALFA o di sostenere il centro BETA deve essere dettata non da scelte personali estemporanee, né da una magica applicazione di un algoritmo ma da una scelta politica guidata dal fatto che secondo me (assessore) curare le persone con dipendenze solo con il metadone, oppure con il permissivismo più bieco (esagero apposta!) è la soluzione e per queste mie scelte voglio essere giudicato. Dalla mia idea di società che condivido con i cittadini e sulla base delle quali ai cittadini chiedo il consenso.

Altra falla del sistema dell’impatto sociale: cosa si recupera? Fino a quanto si recupera? Quali sono i nostri successi? Andate a chiedere a chi aiuta le persone in difficoltà (per qualsiasi motivo in difficoltà) qual è il grado di recupero. Vi risponderanno che è una domanda impropria. Ciò che metteranno sul piatto è il miglioramento della qualità della vita, obiettivamente non misurabile. Ha un impatto sociale enorme sulle persone, sulle famiglie e sulla società. Ma la risposta non è + 9.

Capiamoci bene, amici. Queste cose gli studiosi e i profeti dell’impatto sociale le sanno bene e i più onesti le dicono trovando anche progressive soluzioni, incomplete ma convincenti perché progressive.

Quello che non ammetto è fare dell’impatto un totem e persino impiantarlo come pietra angolare nella riforma del terzo settore.

Per come l’hanno inserito nel testo di legge tanto valeva sostituirlo con “sesso degli angeli”.

Poco concreto? Appunto.

Carlo Mazzini

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