Proposta per un 5 per mille stabile: le spese di pubblicità non sono un problema

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pubbContinuiamo a cercare di capire cosa deve stare dentro alla proposta di legge sul 5 per mille stabile e cosa invece bisogna evitare.

Una delle cose più urtanti è dover cercare di ragionare con chi ti prende in giro, mascherando per “giustizia sociale”, per “equità” proposte demagogiche e, in quanto inutili, dannose e controproducenti.

Sul 5 per mille, alcuni geni del populismo hanno fatto questo ragionamento – scusate la parolaccia:

– le grosse organizzazioni prendono più soldi delle altre

– le grosse organizzazioni si fanno pubblicità

– le piccole organizzazioni prendono pochi soldi

– le piccole organizzazioni si fanno poca pubblicità

– ergo … bisogna riequilibrare la questione e evitare che le grosse organizzazioni si facciano tanta pubblicità

– ergo 2 … vietiamo che le organizzazioni (soprattutto quelle grosse) usino i soldi del 5 per mille per farsi pubblicità sul 5 per mille.

Capite bene che questo in realtà non è un ragionamento in quanto i presupposti sono sbagliati e le conclusioni – anche isolate dai presupposti – sono inefficaci rispetto al risultato atteso.

Giusto per rendere giustizia all’intelligenza e al motivo per cui siamo forniti – alcuni evidentemente senza utilità – di pollice opponibile, chiariamo punto per punto la questione.

– le grosse organizzazioni prendono più soldi delle altre

Questo fatto che sconvolge le menti semplici è dato dal fatto che indipendentemente dal 5 per mille, le grosse organizzazioni sono più conosciute e se un contribuente non fa parte  di un’organizzazione o non conosce quella sotto casa che aiuta sua zia, è chiaro che sarà attirato ad aiutare 1. chi aiuta i bambini in africa, 2. chi fa ricerca scientifica, 3. chi salvaguarda i diritti dei più deboli e via continuando …

– le grosse organizzazioni si fanno pubblicità

Sì: qual è il problema? A mio avviso nessuno, ma come vedremo la soluzione proposta dai geni del non profit parte da questo assunto pazzesco: le grosse organizzazioni si fanno pubblicità.

– le piccole organizzazioni prendono pochi soldi

Anche questo fatto sconvolge le menti semplici e la ragione per cui le piccole organizzazioni non è che facciano cose non utili, ma è che si fanno – per ovvie ragioni – conoscere poco e a volte le loro attività interessano una porzione limitata di popolazione.

– le piccole organizzazioni si fanno poca pubblicità

E fanno bene! Non vorrai mica spendere il budget dell’anno per interessare alla tua missione gente alla quale non frega nulla della tua missione, no!?!

– ergo … bisogna riequilibrare la questione e evitare che le grosse organizzazioni si facciano tanta pubblicità.

Sul “riequilibrare la questione”, questi geni del male si erano pensati anche di disporre dell’inoptato (quella parte del 5 per mille dato al settore e non ad un’organizzazione in particolare e che viene ripartito proporzionatamente alle scelte ottenute e in misura inversamente proporzionale al valore pro-capite della erogazione) andando a togliere ai ricchi per dare ai poveri.

Questi Robin Hood di Borgo Panigale non ricordano che Robin Hood restituiva ai poveri ciò che i ricchi rubavano; qui non c’è nessuno che ruba.

Il ruolo della pubblicità è rilevante anche nel 5 per mille? In parte sì, anche se un’organizzazione che ha 5 milioni di contatti nel suo database, non deve farsi tanta pubblicità verso il pubblico, basta che comunichi a questi 5 milioni di contatti che “qualcosa” raccoglie, o no? Quindi di quale pubblicità stiamo parlando? Di quella che tra poco vedremo tappezzate le stazioni e i cartelloni in città? Ci dà fastidio perché è pubblicità (e quindi dovremmo abolire proprio la pubblicità in sé, indipendentemente dal 5 per mille) o perché per far sapere che io ho bisogno del 5 per mille … comunico questa necessità? Direte: ma questi enti hanno già tanti soldi. OK, non lo dite, non vi prendo per scemi, ma un retro pensiero, ditelo … Siamo franchi, per una volta. Le grosse organizzazioni, come le persone ricche, come le aziende di successo e così via producono insieme ammirazione e invidia.

Per il campo del non profit, l’invidia – sentimento che poi porta a pensare male della persona invidiata – è prevalente, data anche la scarsità e imprevedibilità delle fonti di finanziamento.

Cosa facciamo: regoliamo una legge sulla base dell’invidia sociale? O andiamo sui fatti, sulle prove, sulle questioni concrete?

Quindi, tolto il venenum dal nostro pensiero, torniamo al fatto che si riequilibrerebbe la questione ricchi / poveri agendo in via restrittiva sulla pubblicità.

E come agiamo sulla pubblicità? Vietandola? No, non si può!

– ergo 2 … vietiamo che le organizzazioni (soprattutto quelle grosse) usino i soldi del 5 per mille per farsi pubblicità sul 5 per mille.

Sentite questa: su suggerimento della fu Agenzia del Terzo Settore (che scrisse un dimenticabile documento sulla razionalizzazione del 5 per mille), a partire dal 5 per mille 2010 i DPCM regolatori contengono questa magica formula, questo inno alla stupidità (art 12, c 6, DPCM 23.4.10):

“6. Le somme erogate quali contributo del cinque per mille non possono essere utilizzate per coprire le spese di pubblicita’ sostenute per fare campagna di sensibilizzazione sulla destinazione della quota del cinque per mille dell’imposta sui redditi delle persone fisiche, trattandosi di importi erogati per finalita’ di utilita’ sociale.”

Ora, dato che le grosse organizzazioni hanno altre risorse, utilizzeranno le altre risorse per comprare servizi di pubblicità per il 5 per mille. E giustamente queste somme – magari ingenti – non compariranno mai nel rendiconto.

Quindi, volendo limitare la pubblicità ai grandi, invece di introdurre una modalità di controllo, hanno fatto in modo che il controllo non possa essere attuato.

Si sarebbe invece potuto scrivere diversamente, del tipo: (lo scrivo in prosa), sopra un incasso di tot, le spese di pubblicità sono rendicontate a parte con asseverazione dei revisori.

Ma poi chiediamoci: ma a cosa serve dimostrare che uno ha speso tanto in pubblicità? Non è da intendersi come un investimento? Se io investo per uno o due anni più nel 5 per mille che nel direct mailing, devo essere crocifisso?

Ma di cosa stiamo parlando, in definitiva? Rileggiamo il comma: Le somme erogate quali contributo del cinque per mille non possono essere utilizzate per coprire le spese di pubblicita’ sostenute per fare campagna di sensibilizzazione sulla destinazione della quota del cinque per mille dell’imposta sui redditi delle persone fisiche, trattandosi di importi erogati per finalita’ di utilita’ sociale.

Qui non hanno capito – e sono professori (più d’uno) di economia e sono ESPERTI DEL NON PROFIT!!! – che il denaro è il bene fungibile per eccellenza, e quindi che non è distinguibile l’euro raccolto con il 5 per mille con l’euro raccolto con altre donazioni.

Quindi io raccolgo col 5 per mille, metto in banca e quei soldi si mischiano con gli altri; l’espressione

trattandosi di importi erogati per finalita’ di utilita’ sociale

è frutto della peggiore e ipocrita (falsa, falsissima) cultura pauperista di coloro che parteggiano per un non profit duro e puro (che per fortuna non esiste) e si fanno accecare dall’invidia per persone ed enti che non conoscono.

Ma per cosa credono che vengano erogate le donazioni, se non per finalità di utilità sociale? E il fatto che io le utilizzi perché i soldi della pubblicità – che ovviamente cercherò gratuita o scontata, ma se non me la danno … – producano altri soldi, ha qualcosa di moralmente sbagliato?

La mia proposta (quella di far certificare i costi pubblicitari) ha almeno il pregio di dire quanto uno ha investito per raccogliere il 5 per mille. Ha il difetto che come ogni investimento di pubblicità non sai bene con quali entrate confrontarlo, per comprenderne la vera portata o efficacia.

Esempio: Investo nel 2013 in pubblicità per il 5 per mille 2013.

Incasserò il 5 per mille 2013 nel 2015 (spero). Probably lo incasserò tagliato dal governo. Quali cifre metto a confronto? quella incassata o quella ipoteticamente assegnata dai miei sottoscrittori? Poi, la pubblicità che ho fatto nel 2013, serve per pubblicizzare anche tutte le altre attività del 2013; quale è la portata o il ritorno di investimento dato proprio da questo investimento? Magari un’anziana signora ha deciso di farci un lascito, proprio perché ha risentito 100 volte alla radio la nostra pubblicità sul 5 per mille.

Come faccio a dire che sia stato un buono o cattivo investimento?

E soprattutto, come fanno a condannare a priori uno strumento – la pubblicità – e poi escogitare un modo che non consente loro di sapere se i cattivi enti nazionali usano poca o tanta pubblicità? E come fanno a sapere se quella pubblicità ha prodotto effetti solo sul 5 per mille oppure più in generale sull’attività?

Vi prego, fateci respirare. Nelle bozze e nelle proposte di stabilizzazione del 5 per mille evitate di inserire la questione della pubblicità.

E’ un’offesa all’intelligenza di tutti noi.

Carlo Mazzini

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2 commenti

  1. Brillante come sempre. Non aggiungo altro se non che… io sono invidiosa delle grandi! Ovviamente, la mia è una battuta. Nel mio piccolo investo e spero di farlo in modo intelligente.
    Questo approccio dei big dell’economia al nonprofit, invece mi snerva ed è davvero faticoso. Faticoso perché paradossale. Dice e scrive chi non sa e pensa di sapere. Occorre un po’ più di umiltà e imparare a mettersi in ascolto. Ma, ancor prima, occorre imparino a far domande.
    Grazie come sempre Carlo.
    Una fan 🙂

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