Tetto ai compensi degli amministratori del non profit: la genialata del governo amico del terzo settore

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Che bello, che bello! Oggi parliamo di soldi! (per un genovese, capirete, è qualcosa che viene naturale) ed in particolare di retribuzioni dei componenti del CdA di organizzazioni, dei direttori generali, amministrativi, di marketing, di fundraising.

Sono necessarie due premesse a questo argomento.
La prima è perché ne parlo. La ragione è semplice, e parte dal disegno di legge delega di riforma del terzo settore, dove all’art 2, c 1, lett m) è stato scritto che i decreti legislativi dovranno
“disciplinare gli eventuali limiti e gli obblighi di pubblicità relativi agli emolumenti, ai compensi o ai corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti, nonché agli associati”.
La seconda premessa risiede in un discorso generale sui sentimenti di base degli italiani.
L’Italia è una nazione fondata sull’invidia. L’invidia per i soldi che il nostro vicino o il nostro capoufficio guadagnano e noi no.
Fatte queste due premesse, diciamo che i compensi alle figure apicali del non profit sono da sempre un argomento tabù, in quanto la gran parte degli italiani confonde il volontariato con il non profit, la buona causa con la gratuità, il far bene con la rinuncia ad un ritorno economico.
Anche la stampa parte dall’espressione “non profit”, dalle parole “senza fini di lucro” e arriva frettolosamente alla conclusione che chi “lavora” nel non profit non dovrebbe ottenere alcun profitto, “se no, che non profit è?”.
La questione è davvero complessa, si avrebbe bisogno di tempo e pazienza per spiegare e per ascoltare, ma siamo troppo assediati da titoli (di giornali, di blog) che devono dire tutto ma proprio tutto riassumendo in poche parole il senso di un pensiero complesso.
Ma non andiamo lontano e chi ha la pazienza di leggere questo blog sa che le cose stanno diversamente.
A noi interessa quindi dire che la frase che hanno inserito nel ddld ha una sua complessità, e ci auguriamo che chi l’ha scritta ne conosca sia il significato ma soprattutto le conseguenze.
Si parla di mettere limiti (quantitativi) e obblighi di pubblicità ai soldi comunque guadagnati da
– membri CDA e controllori
– dirigenti
– associati.
Sono quindi due i discorsi da fare.
Il primo è quello dei limiti quantitativi ai corrispettivi.
In merito ai membri CDA, una stupida norma di alcuni anni fa ha già limitato la corresponsione di emolumenti agli organi di governo di enti privati non profit. 30 euro a seduta. E’ stata pensata male e non ha senso, ed il perché l’ho già detto tempo fa.
Passiamo ai limiti ai dirigenti.
I padri fondatori del nuovo non profit non sanno (è la loro condizione abituale!) che già esiste una norma dedicata alle Onlus, ma per l’Agenzia delle Entrate applicabile a qualsiasi ente senza scopo di lucro, che afferma che fatto 100 il valore della retribuzione di una persona (dipendente) secondo il contratto collettivo applicabile, il lavoratore della non profit che abbia le medesime o assimilabili responsabilità o qualifiche non può prendere più di 120. Prendano nota, si tratta dell’art 10, c 6, lett e) del D Lgs 460/97.
Mi sembra che – pur con i suoi limiti – questa norma sia già abbastanza tranchant, in quanto le autorità che controllano hanno elementi per capire se si realizzano da parte di una non profit tecniche elusive del divieto (i più sprovveduti vadano a leggere ad esempio la Risoluzione 9 del 2007)
La questione è sempre la stessa. Se ritengono che l’obiettivo principale sia cacciare i mercanti dal tempio, separare il grano dal loglio (espressione usata “n” volte dai nostri padri ricostituenti), inizino a studiare cosa dice ad oggi la normativa e riempiano gli eventuali buchi interpretativi o vuoti legislativi in merito a chi froda utilizzando il non profit. Evitino però di reinventare la ruota!
Se invece pensano che chi lavora nel non profit debba essere punito (nella sostanza) perché lavora nel non profit, non ci si fermi alle frasi fatte e si produca un ragionamento degno di questo nome.
Intendo dire. Se il ragionamento è: “va bene guadagnare perché si lavora nel non profit, ma non esageriamo”, si sappia che se vale per il non profit questo ragionamento deve valere per tutte quelle funzioni, per tutti quei lavori che toccano – come il non profit – gli ambiti della vita cui teniamo di più. O no?
La salute, prima di tutto. Dico – per assurdo, in quanto non lo penso: perché mai un professore che salva le vite di tante persone deve guadagnare tanto? A chi lavora in una non profit che previene le cardiopatie non è permesso guadagnare tanto, quindi neanche a quel professorone deve essere concesso.
Altro ragionamento per assurdo.
Sono un CEO di un’azienda che crea sempre maggiore valore aggiunto oltre che per gli azionisti, anche per i lavoratori (aumento gli occupati) e produco dei beni utili per l’economia locale e nazionale.
Dato che porto tanta utilità sociale (in questo momento assumere personale significa avere in corso una causa di beatificazione), non è giusto che io guadagni tanto, perché a chi fa altrettanto nel non profit (produce beni e servizi che incrementano la qualità della vita) non è concesso!
Capite bene che ragionando così a contrariis si arriva all’assurdità che dovremmo mettere un CAP ai guadagni di chi governa un’azienda. Ok, non è tanto un’assurdità, ma qui il discorso si fa davvero complesso; e poi, perché mai iniziare dal non profit?
Messo da parte il non-argomento salary cap, ci chiediamo dove il Governo sarebbe dovuto intervenire.
E’ evidente, almeno per chiunque frequenti il non profit, che l’obiettivo non è istituire un salary cap (che già esiste), ma definire finalmente una seria politica contro i conflitti di interesse. La casistica è ampia ma mi limito proprio a parlar di soldi e CEO.
Chi decide (in CDA) le politiche di una non profit non deve ottenere dalla stessa dei ritorni economici significativi, in quanto è l’assenza di scopo di lucro “soggettivo” che deve essere evitato.
Chi è preposto a governare la non profit (amministratore in quanto CEO o assimilato) non dovrebbe entrare in CDA, il quale è l’organo nel quale si prendono le decisioni da parte di chi non è toccato economicamente dalle conseguenze delle decisioni medesime .
Rammento che in UK, chi è nel CDA delle charities non può amministrare le società detenute dalle charities. Lineare, consequenziale!
La differenza tra profit e non profit in fondo sta tutta qui.
Riprendendo un esempio di prima.
Il professore che salva le vite ha tutto il diritto di costituire con mezzi propri o altrui una società che dirigerà e ha diritto a guadagnare anche stando nel CDA, in quanto l’interesse o la ragione per cui si costituisce una for profit è di creare valore aggiunto agli azionisti, a chi governa la struttura ecc. Non c’è quindi conflitto d’interesse, ma comunanza di interessi.
In una non profit i soldi sono sempre importanti ma sono soltanto il mezzo per raggiungere gli scopi ideali. Quindi il direttore generale o quello sanitario è bene che non abbia una situazione di preminenza nel CDA; meglio sarebbe proprio che non avessero diritto di voto, in modo da non influenzare – col proprio pur legittimissimo interesse a far soldi – coloro che devono prendere decisioni al solo fine di perseguire gli scopi sociali.
Tutto ciò non è banale, in quanto la realtà non è banale, ma quanto meno ha un senso, anzi dà un senso all’espressione “non profit”.
In merito agli obblighi di pubblicità, ritengo che se prima non si fanno passare questi ragionamenti, la pubblicazione a mezzo stampa delle retribuzioni di chi conduce le non profit (i CEO, i direttori generali, i responsabili del fundraising) diventerà soltanto una notizia scandalistica per chi vuole lo scandalo e non vuole né capire né far capire.
Se poi volete sapere quanto guadagnano i CEO delle non profit statunitensi, accomodatevi. L’Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti (IRS) obbliga – tramite il form 990 – le organizzazioni a dichiarare le compensation di componenti del CDA e dei CEO, CFO ecc.
Volete sapere a quanto ammontano?
Scaricatevi da questa pagina lo studio annuale delle compensation (2013, si riferisce al 2011/12) realizzato dal Charity Navigator e capirete bene come la trasparenza debba essere accompagnata dalla cultura.
Nell’introduzione allo studio delle retribuzioni si legge:
Sappiamo che molti donatori continuano ad essere preoccupati dato che credono essere eccessivo per una charity pagare un CEO. Molti donatori danno per scontato che i leader di charity lavorino gratuitamente o abbiano un salario minimo e sono  scioccati nel vedere che guadagnano stipendi a sei cifre. Ma i donatori ben intenzionati a volte non riescono a comprendere che questi amministratori delegati gestiscono tipicamente operazioni multi-milionarie in dollari in grado di contribuire a cambiare il mondo. Guidare uno di questi enti di beneficenza richiede un individuo che possegga una comprensione dei problemi che sono particolari per lo scopo della charity, così come è richiesto un elevato livello di esperienza nella raccolta di fondi e nella gestione. Attrarre e mantenere questo tipo di talento richiede un livello competitivo di salario dettato dal mercato. Mentre ci sono stipendi nelle non profit che la maggior parte di noi sarebbe d’accordo nel ritenere essere “out-of-line”, è importante per i donatori capire che dal momento che il CEO “medio” di una charity guadagna circa 126 mila dollari, uno stipendio a sei cifre non è necessariamente un segno di eccessiva retribuzione per enti con 1 milione di dollari di entrate.
Chiaro, diretto, onesto.
Saremo mai capaci di intavolare una discussione altrettanto chiara e onesta come questa?
Carlo Mazzini

 

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